La delega al Governo per la riforma dell’ordinamento della professione di dottore commercialista e di esperto contabile non è un semplice aggiornamento tecnico del D.lgs. 139/2005, ma un passaggio che può ridisegnare in profondità cosa fa il commercialista, come si accede alla professione, quali responsabilità assume e quale ruolo viene riconosciuto all’Ordine nella vita istituzionale del Paese.
La scelta di concentrare questa revisione in un decreto legislativo, su proposta del Ministro della giustizia e sentito il Consiglio nazionale, è sul piano formale legittima, ma pone qualche problema di metodo: una riforma così ampia meriterebbe una discussione parlamentare piena e un consenso il più possibile trasversale, invece di essere trattata prevalentemente come un passaggio tecnico.
La delega (pdf dossier riforma ordinamento commercialisti) richiama l’esigenza di adeguare l’ordinamento al diritto europeo, alla giurisprudenza costituzionale e di legittimità e, allo stesso tempo, di razionalizzare e semplificare la disciplina vigente. Ciò che continua a mancare è una definizione chiara di ciò che la professione è oggi nella pratica quotidiana: un presidio civico stabile tra Stato e contribuente.
Il commercialista come presidio civico tra Stato e contribuente
Ogni giorno i commercialisti danno attuazione concreta a gran parte del sistema tributario, societario e aziendale, traducendo norme e procedure in adempimenti che permettono a imprese, enti e persone di rispettare obblighi, esercitare diritti e dialogare con la pubblica amministrazione.
Siamo l’interfaccia operativa verso l’amministrazione finanziaria, gli enti previdenziali, la giurisdizione tributaria e le procedure di crisi d’impresa, e svolgiamo questo ruolo in modo continuativo, non episodico.
Questa funzione è al tempo stesso tecnica e sociale: riduce i conflitti, previene il contenzioso, rende effettivi diritti e doveri e assicura affidabilità ai dati economici e fiscali su cui lo Stato fonda le proprie scelte.
Se si prende sul serio questa valenza civica, la riforma non può limitarsi a “mettere ordine” in un insieme di norme eterogenee, ma deve costruire tutele coerenti con il ruolo effettivo che i commercialisti svolgono nel sistema.
Una professione che agisce come presidio di legalità fiscale e aziendale merita una riforma discussa e condivisa a livello parlamentare, non solo un intervento delegato al Governo.
È proprio in Parlamento che dovrebbe formarsi un consenso largo sul modello di commercialista di cui il Paese ha bisogno nei prossimi anni, evitando che una decisione così strutturale sia percepita come frutto di una scelta unilaterale dell’esecutivo.
Attività riservate: dalla ricognizione al rafforzamento
La delega chiede al Governo di mappare in modo puntuale le attività svolte dai commercialisti nei diversi ambiti – tributario, aziendale, finanziario, societario, crisi d’impresa – così da definire con maggiore chiarezza il perimetro delle funzioni riservate e le relative tutele.
L’impostazione, sul piano formale, è condivisibile, ma rischia di rimanere neutra o persino regressiva se non viene accompagnata da una scelta politica esplicita: rafforzare, e non semplicemente descrivere, l’area tipica della professione.
In questa fase la categoria dovrebbe rivendicare almeno tre obiettivi precisi: in primo luogo, il riconoscimento come competenze riservate delle attività che, nei fatti, i commercialisti svolgono oggi nei campi della fiscalità, della consulenza d’impresa, della crisi e del terzo settore, ogni volta che l’ordinamento richiede affidabilità tecnica e responsabilità qualificata.
In secondo luogo, una revisione attenta del rapporto con le professioni non ordinistiche, per evitare che la delega finisca per consolidare aree grigie di concorrenza al ribasso proprio su funzioni ad alta responsabilità pubblica.
Infine, il riordino dei numerosi elenchi e sotto‑albi nati intorno ad attività tipiche del commercialista, riportandoli a un quadro unitario che valorizzi l’Albo, invece di frammentarlo.
Il punto, in realtà, è semplice: se il commercialista è davvero un presidio di legalità fiscale e aziendale, le sue competenze tipiche non possono essere esposte a una concorrenza indistinta, priva delle stesse garanzie di formazione, deontologia, responsabilità e controllo che l’ordinamento pretende dagli iscritti all’Albo.
Accesso, tirocinio e specializzazioni: qualità prima che velocità
La delega interviene su tirocinio, specializzazioni e accesso all’Albo, aprendo alla possibilità di anticipare e concentrare il tirocinio durante il percorso universitario e di costruire una disciplina organica delle specializzazioni, in coerenza con i principi già fissati per le professioni regolamentate.
Ridurre i tempi di ingresso nella professione può essere un obiettivo condivisibile, ma non può tradursi in un abbassamento del livello di maturità professionale proprio mentre si riconosce al commercialista un ruolo di garante tra Stato e contribuente.
La qualità del percorso, e non soltanto la sua durata, dovrebbe diventare il cuore della riforma. Questo significa definire contenuti minimi chiari per il tirocinio, rafforzare l’integrazione tra studio professionale e università e aggiornare con serietà l’esame di Stato, riservando spazio stabile a competenze che oggi sono essenziali: crisi d’impresa, compliance penale‑tributaria, digitalizzazione degli adempimenti, sostenibilità e gestione dei dati.
Le specializzazioni, a loro volta, dovrebbero essere uno strumento per riconoscere e valorizzare competenze, non un meccanismo di frammentazione interna o, peggio, di esclusione surrettizia da ambiti già tipicamente professionali.
Non avrebbe senso introdurre “albi negli albi” per attività che fanno già parte del bagaglio comune della professione, senza un chiaro valore aggiunto sul piano giuridico e senza adeguati meccanismi transitori per chi opera da anni in quei settori.
STP, organizzazione degli studi e sistema disciplinare
La delega richiama il modello delle società tra professionisti già sperimentato in altri ordinamenti, in particolare quello forense, per disciplinare l’esercizio associato, la presenza di soci non professionisti, la governance, le responsabilità e le coperture assicurative. Il rischio, tuttavia, è quello di importare strutture pensate per un contesto diverso, senza tenere conto delle peculiarità economico‑aziendali dei commercialisti.
Gli studi dei commercialisti, soprattutto quelli più strutturati, gestiscono flussi massivi di adempimenti per conto dello Stato, partecipano alla governance delle imprese e dialogano quotidianamente con il sistema del credito. Servono quindi regole proporzionate, che permettano alle strutture di crescere e organizzarsi in modo efficiente senza penalizzare chi investe in qualità, formazione e innovazione.
Lo stesso equilibrio è richiesto nella revisione del sistema disciplinare: la riforma, che richiama la giurisprudenza più recente in materia, non può limitarsi a invocare la “semplificazione”, ma dovrebbe fissare paletti chiari contro automatismi espulsivi, sanzioni sproporzionate e applicazioni disomogenee sul territorio. Un Ordine forte non è quello che punisce di più, bensì quello che controlla in modo serio, garantendo diritti di difesa effettivi e omogeneità di trattamento tra iscritti.
Sistema elettorale, rappresentanza e ruolo politico‑istituzionale
La delega tocca anche il sistema elettorale degli Ordini, con richiami a equità generazionale, parità di genere, voto telematico, dimensione degli Ordini territoriali e rappresentanza delle minoranze, temi che incidono direttamente sulla legittimazione democratica della governance professionale.
Il limite sta nel rischio di un eccesso di dettaglio tecnico su soglie, requisiti e quote, senza una corrispondente valorizzazione del ruolo politico‑istituzionale del Consiglio nazionale e degli Ordini nel processo normativo. Se il commercialista è davvero un presidio tra Stato e contribuente, l’Ordine dovrebbe diventare un interlocutore stabile e necessario in tutte le riforme che riguardano fiscalità, impresa, crisi, compliance e sostenibilità.
La previsione del parere sullo schema di decreto legislativo è un passo minimo, ma non sufficiente. È il momento di chiedere che nessuna grande riforma in questi ambiti possa prescindere da un confronto strutturato e preventivo con la rappresentanza dei commercialisti.
Compenso, assicurazione e sostenibilità economica della funzione
La previsione di parametri ministeriali collegati alla disciplina dell’equo compenso si muove in una direzione condivisibile, ma la loro efficacia concreta dipenderà da come verranno utilizzati nelle relazioni con i grandi committenti. Parametri fissati troppo in basso rischiano di trasformarsi in un riferimento al ribasso, del tutto incompatibile con il livello di responsabilità che lo Stato richiede ai commercialisti.
Anche il tema delle coperture assicurative collettive non può essere considerato un mero dettaglio tecnico. Massimali e condizioni devono essere proporzionati ai diversi profili di rischio e non tradursi in un semplice aumento dei costi a carico degli iscritti, privo di effettive tutele aggiuntive.
Se la professione svolge una funzione di interesse pubblico, la sua sostenibilità economica e la sua copertura assicurativa non sono un problema esclusivamente privato del singolo studio, ma riguardano la capacità dell’intero sistema di garantire continuità, qualità e affidabilità a cittadini, imprese e amministrazioni.
Metodo e consenso: perché la delega non basta
Accanto ai contenuti, c’è un tema di metodo che non può essere trascurato. Una riforma che ridisegna accesso, funzioni, responsabilità, assetto ordinistico e ruolo istituzionale dei commercialisti viene oggi affidata in larga parte a un decreto legislativo del Governo, sulla base di principi e criteri direttivi fissati dal Parlamento.
Lo strumento della delega è ordinario e pienamente legittimo, ma difficilmente, da solo, può costruire quel riconoscimento pubblico e quella condivisione politica che una professione di interesse generale merita. La riforma dell’ordinamento dei commercialisti dovrebbe nascere da un confronto parlamentare ampio, capace di coinvolgere maggioranza e opposizioni su pochi principi chiari: funzione civica, tutela dell’interesse pubblico, qualità e responsabilità della professione.
Un appello: usare la delega per alzare l’asticella
La delega oggi all’esame del Parlamento apre un cantiere ampio, ma non può essere considerata un testo immodificabile. Esistono spazi reali di intervento nelle audizioni, nei pareri, nelle proposte emendative e nelle interlocuzioni istituzionali che il Consiglio nazionale, gli Ordini territoriali e le associazioni di categoria possono e devono utilizzare con consapevolezza.
L’appello è duplice: non accontentarsi di una riforma che si limiti a ordinare l’esistente e non accettare che la ridefinizione della professione avvenga soltanto per iniziativa governativa, senza un vero consenso parlamentare. La riforma dovrebbe riconoscere in modo esplicito la funzione civica del commercialista, tutelarla con un nucleo forte di attività riservate, prevedere un sistema di accesso esigente e moderno e introdurre regole organizzative e disciplinari proporzionate alle responsabilità effettive.
Il commercialista non è un semplice prestatore di servizi tecnici, ma un presidio di legalità economica che opera ogni giorno a favore dello Stato e del contribuente. Se questa riforma non lo riconoscerà con chiarezza e non sarà sostenuta da un consenso parlamentare ampio e non contingente, rischieremo di perdere un’occasione storica non solo per la professione, ma anche per la credibilità complessiva delle politiche fiscali ed economiche del Paese.

