Gli accertamenti sull’errata imputazione a periodo delle componenti reddituali causano diversi problemi in relazione alla duplicazione d’imposta che, potenzialmente, dai medesimi deriva. Infatti, per fare l’esempio più semplice, se viene recuperato un costo in quanto dedotto nell’anno non di competenza fiscale, spetta, automaticamente, il diritto al rimborso delle imposte pagate in eccesso per effetto della sua mancata deduzione nell’anno corretto. 

Questa è la ragione per cui alcuna dottrina ha definito “odiosi” i menzionati accertamenti.
Tuttavia, in ragione delle modifiche del DL 193/2016 all’art. 2 commi 8 e 8-bis del DPR 322/98, questi accertamenti, forse, risultano ad oggi meno odiosi di prima.
Tra l’altro, il tutto può essere aggiustato in sede di accertamento con adesione, mediazione o conciliazione giudiziale: si veda la circolare n. 31 del 2012, che ha ammesso la possibilità di compensare le imposte richieste con quelle che il contribuente può domandare a rimborso.

Ma tornando alle modifiche del decreto 193/2016, un esempio può chiarire le idee.
Ipotizziamo che un contribuente deduca, nel modello UNICO 2013, un costo che avrebbe dovuto essere dedotto nel modello UNICO 2015, e che, per questa ragione, venga sottoposto ad accertamento.
Egli, ritenendo infondata la pretesa, ricorre, ma il giudice di primo grado respinge l’impugnazione.
Se egli prosegue nel contenzioso, nulla potrebbe mutare rispetto a prima.
Nel momento in cui si forma il giudicato di rigetto (quindi dopo vari anni, considerati i tempi del giudizio di legittimità), egli, entro il termine decadenziale di due anni da tale momento ex art. 21 del DLgs. 546/92, può domandare il rimborso di quanto pagato in più nel modello UNICO 2015.

Se egli sceglie di non impugnare la sentenza, tutto potrebbe cambiare (talvolta la sentenza di primo grado giunge in meno di un anno dalla notifica del ricorso introduttivo a controparte).
Infatti, se sono ancora pendenti i termini per l’accertamento del modello UNICO 2015 (che spirano il 31 dicembre 2019), egli è in tempo per l’integrativa.

Ora, l’integrativa a favore è ammessa, con possibilità di compensazione del credito che ne emerge, oltre l’anno sino alla decadenza dall’accertamento, proprio grazie al DL 193 del 2016, solo, però, per versare debiti maturati a partire dal periodo d’imposta successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione integrativa
Dunque, se il giudicato si forma nell’anno 2017, e, sempre nel 2017, viene presentata l’integrativa, il credito che ne scaturisce può essere utilizzato in compensazione per versare ad esempio il primo acconto 2018 (da pagare a giugno 2018).
Inoltre, l’art. 2 comma 8-bis del DPR 322/98 stabilisce che se l’errore sulla competenza fiscale trae origine da un errore contabile, la compensazione può avvenire senza il limite indicato, quindi la compensazione potrebbe avvenire, nella fattispecie prospettata, anche per versare il secondo acconto 2017, da pagare a novembre 2017.

Le considerazioni effettuate valgono anche in sede di ravvedimento operoso, ove il contribuente dovrà presentare due dichiarazioni integrative, una a sfavore (espungendo il costo quindi sanando la dichiarazione infedele), l’altra a favore (compensando il credito che emerge come conseguenza della deduzione del costo prima non avvenuta).