La giurisprudenza di legittimità, già da tempo, si è espressa in maniera piuttosto chiara circa il riconoscimento del credito d’imposta (Iva), anche al cospetto di ipotesi fattuali che siano correlate a omissioni dichiarative. Unica condizione richiesta per l’esercizio del diritto risulta essere l’onere della prova, in capo allo stesso contribuente che intende fruire della detrazione, relativo a tutti i requisiti sostanziali sanciti ex lege: i requisiti formali sono in tal caso relegati in secondo piano rispetto alla rilevanza dei presupposti di natura sostanziale, che consentono già da soli la possibilità di fruire, appunto, della detrazione.

In termini di tempo, l’ultima decisione orientata in tal senso è quella emessa il 25.03.2018: si tratta della sentenza n. 6488/2018 della Cass. Civ. Sezione Tributaria, la quale si è pronunciata nei termini appena espressi in ossequio e in adesione al principio ampiamente tracciato dai medesimi giudici di legittimità.

Le condizioni per la legittima fruizione del diritto alla detrazione sono soddisfatte al ricorrere della sussistenza dei requisiti sostanziali (in primis l’inerenza della detrazione) e sempre che l’esercizio al citato diritto venga fruito entro il& termine previsto per la presentazione della dichiarazione d’imposta relativa al secondo anno successivo rispetto a quello in cui risulta esser sorta la spettanza alla detrazione.

La presentazione della dichiarazione, quindi, viene considerata solo come una “esternazione di scienza” e in quanto tale viene considerata come un puro adempimento formale che, se dovesse risultare omesso come nel caso prospettato, non potrebbe essere assunto come un fattore preclusivo del correlato diritto alla detrazione d’imposta, anche tramite l’istituto della compensazione. In pratica, quindi, nel momento in cui le fatture d’acquisto risultino regolarmente annotate e il rispettivo credito sia comunque rientrato nel contesto della liquidazione periodica d’imposta, è possibile asserire che il diritto alla detrazione risulti già perfettamente e correttamente esercitato, anche in ipotesi di omessa dichiarazione annuale.

Per tornare alla vicenda oggetto di trattazione, si evidenzia come a nulla sia valso il tentativo della C.T.R. appellata, la quale, disattendendo quello che era da considerare un vero e proprio caposaldo interpretativo, ha ritenuto che la dichiarazione IVA presentata tardivamente non potesse costituire valido titolo per operare le detrazioni, sull’errato presupposto che la dichiarazione stessa sia finalizzata a esclusivo appannaggio del potere degli Uffici finanziari, in ordine alla riscossione dell’imposta.

Incomprensibile risulta la posizione della C.T.R. Lombardia, così come pare enigmatica quella dell’organo di controllo che, già in sede di contestazione, oltre a non avere adeguatamente considerato il sopra esposto principio giurisprudenziale, si è inoltre discostato da quelli che risultavano gli indirizzi operativi dello stesso Ministero di appartenenza.