Contratti tipo di sponsorizzazione e di pubblicità per le ASD

I contratti di pubblicità e di sponsorizzazione costituiscono per le ASD una valida forma di finanziamento. I due termini però non sono sinonimi poiché tra le due fattispecie contrattuali esistono differenze sostanziali e formali di cui occorre tenere conto.
Si può definire la sponsorizzazione sportiva come una forma di collaborazione mediante la quale un’impresa o un ente (privato o pubblico) paga un corrispettivo ad un soggetto sportivo, sponsor, (una squadra o singoli atleti) affinché quest’ultimo, durante la manifestazione sportiva mostri un segno distintivo dello sponsor, ovvero il nome (trade-name) o il marchio (trade-mark) con lo scopo di riceverne un ritorno pubblicitario e quale efficace veicolo di comunicazione aziendale.

Un caso assai frequente si ha con il segno distintivo dello sponsor che viene mostrato nell’abbigliamento indossato dagli atleti di una squadra (pensiamo alle maglie di un team). Quindi con la sponsorizzazione viene istituito uno specifico abbinamento tra un avvenimento agonistico e la promozione del nome – marchio dello sponsor allo scopo di comunicare un’immagine positiva dell’impresa con conseguente riflesso sulle vendite del prodotto.

Per cui lo sponsorizzato si impegna, dietro pagamento di un corrispettivo in danaro o in natura, ad associare (abbinare) per un certo tempo, il nome (il prodotto, il marchio, i servizi o comunque l’attività produttiva) dello sponsor al proprio, rendendo esplicito che quella manifestazione è fortemente legata all’onere che lo sponsor ha sostenuto (Cass. 21 maggio 1998 n. 5086).

Complessa è la situazione dal punto di vista giuridico poiché, nonostante le sollecitazioni dottrinali e l’ampio utilizzo, il contratto in esame non ha ancora trovato una sua normazione specifica e collocazione codicistica. Resta un contratto, atipico, a forma libera, di natura patrimoniale, sinallagmatico, con caratteristiche del tutto peculiari, che non ne consentono la riconducibilità ad altri contratti tipici. Di conseguenza la sponsorizzazione resta soggetta alla generale disciplina del contratto ed in particolare all’art. 1322, comma 2, c.c. per la valutazione della meritevolezza degli interessi perseguiti dalle parti.

Nella sua atipicità viene spesso ricondotto alla vasta categoria dei contratti di pubblicità dai quali però si differenzia, come la giurisprudenza ha in più occasioni sottolineato. Si parla infatti di pubblicità quando l’attività promozionale è occasionale rispetto all’evento sportivo: si pensi ad esempio ai cartelloni, ai manifesti, agli striscioni pubblicitari relativi ad un prodotto collocati.

Il termine trae origine dal latino “sponsor sponsoris” ovvero garante, mallevatore, padrino, e dall’inglese “sponsor” ovvero colui che finanzia l’attività sportiva di una squadra o di un singolo atleta, o di una manifestazione culturale al fine di ricavare pubblicità per i propri prodotti.
Per la dottrina economica la sponsorizzazione, quale particolare tecnica di comunicazione aziendale, rientra nel c.d. marketing-mix, ovvero nell’insieme degli strumenti a cui l’impresa può ricorrere per raggiungere i suoi obiettivi commerciali.

Va comunque detto che la legge 6 agosto 1990 n. 223 contenente la disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico e privato, nel regolamentare le sponsorizzazioni ne offriva, nell’art. 8 comma 12, una prima definizione. Norma ora abrogata dal T.U della radiotelevisione, di cui al Decreto legislativo 31 luglio 2005 n.177, nel quale all’art. 2 lett. h) la sponsorizzazione viene definita come il contributo di un’impresa pubblica o privata o di una persona fisica non impegnata nella fornitura di servizi di media audiovisivi o nella produzione di opere audiovisive, al finanziamento di servizi o programmi di media audiovisivi al fine di promuovere il proprio nome, il proprio marchio, la propria immagine, le proprie attività o i propri prodotti.

La differenza tra le due fattispecie contrattuali in termini di occasionalità rispetto all’evento sportivo è stata espressa dalla Corte di Cassazione nelle sentenze 428 e 429 del 19 gennaio 1996.

Inoltre con la pubblicità l’oggetto del negozio si concentra in un messaggio pubblicitario diretto, riconoscibile, esplicito ed immediato, finalizzato a favorire la vendita di quel certe bene o di quel certo servizio, dietro pagamento di un corrispettivo. Con la sponsorizzazione invece il messaggio è indiretto e non si fonda sulla esaltazione delle qualità del prodotto o del servizio di un’azienda, ma sulla divulgazione del segno distintivo dello sponsor ( in tal senso Consiglio di Stato 31 luglio 2013 n. 4034).

Non a caso l’elemento caratteristico della sponsorizzazione è il c.d. “effetto di ritorno” per cui il messaggio commerciale, attraverso la veicolazione del marchio, sarà persuasivo, sottile al fine di indurre all’acquisto di quel prodotto o di quel servizio.

Tra le due fattispecie contrattuali in esame fino a poco tempo fa era differente è anche il regime fiscale soprattutto ai fini IVA: in caso di applicazione del regime fiscale agevolato ex L. 398/91, l’IVA da versare su proventi conseguiti da sponsorizzazione è pari al 90% dell’importo IVA indicato in fattura; per i proventi derivanti da pubblicità l’IVA da versare è pari invece al 50% dell’importo indicato in fattura.

Con il Decreto Salva Italia n. 175/2014 in vigore dal 13 dicembre 2014, ed in specifico con la previsione di una semplificazione dei regimi fiscali, nelle ipotesi di L 398/91, si ha l’unificazione forfettaria dell’IVA al 50% sia per la pubblicità che per la sponsorizzazione.

Sebbene non esista alcuna disposizione di legge che obblighi a redigere un contratto di sponsorizzazione o di pubblicità, è comunque consigliabile stipulare il contratto nella forma di scrittura privata a cui seguirà sua registrazione nell’ufficio competente. In merito a quest’ultima incombenza ed alla relativa imposta, occorre rilevare che il contratto di sponsorizzazione non rientra tra quei contratti per cui sussiste l’obbligo di registrazione. L’imposta di registro non sarà pertanto dovuta fintanto che non si ritenesse di dover “usare” detto contratto.

Qualora, ad esempio, dovessero insorgere controversie in fase di adempimento e si rendesse così necessaria la registrazione del contratto per il suo utilizzo giudiziario, nascerebbe immediatamente il suddetto obbligo impositivo.

Si tratta di sentenze relative ad imposte su spettacoli, oggi sostituite con la diversa imposta sugli intrattenimenti. Qui la Suprema Corte stabilisce che si tratta di sponsorizzazione tutte le volte in cui tra la promozione di un nome o di un marchio e l’avvenimento viene istituito uno specifico abbinamento. Si tratta invece di pubblicità se l’attività promozionale è, rispetto all’evento, in rapporto di semplice occasionalità (cartelloni, striscioni, richiami acustici e visivi).

Le spese di sponsorizzazione, seppure per una dottrina minoritaria vengono ricondotte nel novero di quelle di rappresentanza, per consolidate interpretazioni giurisprudenziali e ministeriali rientrano tra quelle di natura pubblicitaria con risvolti assolutamente positivi per la deducibilità di tali spese realizzabile integralmente senza rischi di contenzioso fino a 200 mila euro.

Se poi il contratto prevede un impegno economico considerevole da parte dello sponsor, sarà bene optare per una scrittura privata autenticata affinché quel contratto possa acquistare maggiore valore probatorio.

Ma oltre alla valenza probatoria, la forma scritta dell’accordo consente di disporre della documentazione necessaria ai fini della detraibilità fiscale e consente altresì di accertare data e luogo di stipula. Senza dimenticare la possibilità di inserire clausole arbitrali o relative al diritto applicabile.

ASPETTI FISCALI

Pare inutile sottolineare come le entrate da sponsorizzazioni, pubblicità e cessione di diritti radio-televisivi siano entrate commerciali, ed occorre effettuarle in regime di partita IVA, con conseguente assoggettamento ad imposta, fatturazione, liquidazione, versamento e dichiarazione.

La legge 398/91 agevola la gestione delle associazioni (approfondimento), e anche se è previsto l’esonero dall’obbligo di fatturazione e registrazione, questo non opera nel caso in cui la fattura dovrà essere rilasciata per attestare introiti da sponsorizzazioni, pubblicità e cessione di diritti radio-televisivi, inoltre vale come documento utile a dedurre costo e detrarre l’IVA per la controparte.

L’articolo 1, comma 3, ultimo periodo, D.Lgs. 127/2015, come modificato dal D.L. 119/2018, in tema di fatturazione elettronica specifica che “sono esonerati dalle disposizioni i soggetti passivi che hanno esercitato l’opzione di cui agli articoli 1 e 2 della legge 16 dicembre 1991, n. 398, e che nel periodo d’imposta precedente hanno conseguito dall’esercizio di attività commerciali proventi per un importo non superiore a euro 65.000; tali soggetti, se nel periodo d’imposta precedente hanno conseguito dall’esercizio di attività commerciali proventi per un importo superiore a euro 65.000, assicurano che la fattura sia emessa per loro conto dal cessionario o committente soggetto passivo d’imposta”.

I soggetti interessati dall’agevolazione in commento (L. 398/1991) sono le associazioni sportive e relative sezioni non aventi scopo di lucro, affiliate alle federazioni sportive nazionali o agli enti nazionali di promozione sportiva riconosciuti, che svolgono attività sportive dilettantistiche e che nel periodo d’imposta precedente hanno conseguito dall’esercizio di attività commerciali proventi per un importo non superiore a 400.000 euro. Questi soggetti possono optare, con comunicazione all’Agenzia delle entrate, per l’applicazione dell’Iva e delle imposte sui redditi in modo specifico.

In un primo momento era stabilito che l’obbligo di fatturazione e registrazione fosse sempre in capo ai committenti di contratti di sponsorizzazione e pubblicità, resi dai soggetti che rientravano nella L. 398/1991, ma tale disposizione è stata abolita ancor prima della sua entrata in vigore: la L. 145/2018 ha infatti abolito l’articolo 10, comma 2, D.L. 119/2018.

Resta, invece, in vigore il primo comma dello stesso articolo 10 D.L. 119/2018, il quale, integrando l’articolo 1, comma 3, del D.Lgs. 127/2015, prevede che sono esonerati dagli obblighi di fatturazione elettronica i soggetti passivi che hanno esercitato l’opzione per il regime di cui alla L. 398/1991, e che nel periodo d’imposta precedente hanno conseguito dall’esercizio di attività commerciali proventi per un importo non superiore a euro 65.000.

La stessa norma prevede che tali soggetti, se nel periodo d’imposta precedente hanno conseguito dall’esercizio di attività commerciali proventi per un importo superiore a 65.000 euro “assicurano che la fattura sia emessa per loro conto dal cessionario o committente soggetto passivo d’imposta”.

La circolare 8/E/2019, in commento alle novità fiscali della Legge di bilancio 145/2018, al paragrafo 5.8 precisa che “i soggetti che hanno esercitato l’opzione per il regime di cui alla legge n. 398 del 1991 applicano, per tutti i proventi conseguiti nell’esercizio delle attività commerciali, connesse agli scopi istituzionali, il regime speciale Iva previsto dall’articolo 74, sesto comma, del d.P.R. n. 633 del 1972 (v. articolo 9, 133 comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 30 dicembre 1999, n. 544). Tale regime speciale prevede, fra l’altro, l’esonero dall’obbligo di fatturazionetranne che per le prestazioni di sponsorizzazione, per le cessioni o concessioni di diritti di ripresa televisiva e di trasmissione radiofonica e per le prestazioni pubblicitarie”.

L’obbligo di fatturare le prestazioni di sponsorizzazione deve essere coordinato con la possibilità che tale fattura sia:

  • cartacea al di sotto della soglia dei 65.000 euro di proventi commerciali,
  • elettronica al di sopra della soglia dei 65.000 euro, emessa dall’associazione o dal committente.

Per i soggetti agevolati, di cui alla L. 398/1991l’esonero dalla fatturazione elettronica ha natura “mista” in quanto non deriva solo dalla qualificazione soggettiva, ma richiede anche l’esercizio specifico dell’opzione e il non superamento della soglia fissata (65.000 euro) per i proventi dell’attività commerciale.

Diversamente, quando le condizioni richiedono l’obbligo di fatturazione elettronica, questo può essere assolto assicurando che il documento sia emesso “per loro conto dal cessionario o committente soggetto passivo d’imposta”.

La circolare 14/E/2019 ha precisato che la norma ha natura agevolativa, prevedendo una facoltà (e non un obbligo) a carico del cedente/prestatore, il quale può (non deve) avvalersi del cessionario/committente. Laddove questo non fosse possibile – per mancanza di accordo tra le parti o esclusione soggettiva dagli obblighi di fatturazione elettronica in capo al cessionario/committente (si pensi, ad esempio, all’ipotesi di una controparte che applichi il regime forfettario) – l’emissione della fattura elettronica via SdI rimane necessariamente in capo al cedente/prestatore, che vi può provvedere direttamente oppure avvalendosi di un terzo.

A fronte dell’accordo tra le parti, nel caso di superamento del limite, il cessionario/committente opera comunque in nome e per conto del cedente/prestatore, e la fattura deve recare l’annotazione che “la stessa è emessa, per conto del cedente o prestatore, dal cessionario o committente ovvero da un terzo” a norma dell’articolo 21, comma 2, D.P.R. 633/1972.

Le specifiche tecniche prevedono che il committente predisponga una fattura elettronica (tipo documento TD01) riportando gli estremi dell’Asd (partita Iva e altri dati anagrafici) nella sezione “cedente/prestatore”, i suoi estremi nella sezione cessionario/committente, specificando che la fattura è emessa per conto del cedente/prestatore (nel campo 1.6 della fattura elettronica occorre scegliere “CC” in quanto emessa dal cessionario/committente).

Nulla cambia in termini di registrazione della fattura (che risulterà “attiva” per l’ASD e “passiva” per il suo cliente titolare di partita Iva). In tal senso la risposta alla Faq n. 88 pubblicata il 19 luglio 2019 sul sito dell’Agenzia delle entrate.

Author: Antonello

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